Angela Chiti

photographer

Sintesi

Posted by in on 20 Set, 2014 | 0 comments

Tutto è scomparso, è rimasta la massa materiale a partire dalla quale si costruirà la nuova forma. (Kazimir Severinovič Malevič)

La nuova forma a cui allude Malevi? è la definizione di una supremazia che spoglia le parti dalle sue componenti complementari per definirne la sintesi, come
condizione ultima in grado di accogliere lo spirito che anima la visione stessa.
Sulla base di un concetto simile, anche se diverso negli intenti ultimi e nella espressione formale, la fotografa Angela Chiti presenta il suo ultimo ciclo di
immagini dal titolo “Sintesi” in cui l’essenzialità, la sinottica delle parti, condensa la visione in un grande schema grafico, quasi a descriverne l’ossatura, che accoglie
l’essenziale della forma e la vastità del contenuto che in essa risiede.
Le fotografie designano una osservazione del reale in cui la congiunzione del molteplice si esprime per mezzo di dettagli spogli di ogni ridondanza estetica, di
immagini che offrono alla vista la dialettica silente del vuoto e del pieno, come componenti che dialogano interagendo attraverso le pause che cingono la
linea descrittiva delle ombre che il nostro occhio persegue. In questo modo l’aereo sorregge cognizioni di pensiero, il nero che si addensa accoglie sguardi e la
traiettoria tra le due condizioni è il confine tra il definito e il non detto, tra l’apparire e l’affermarsi silenzioso dello spirito che anima la materia. La resa delle immagini
in bianco e nero è stata utilizzata dalla fotografa proprio per questo, per evidenziare la potenzialità verso cui corrono i nostri sguardi trainando le temperie
del nostro animo, le vorticose ragioni che descrivono il nulla come assoluto e viceversa.
Questa sintesi della visione pone il suo punto di vista al di sopra delle parti, in quanto l’analisi che la guida e la ridefinisce è stata in grado di assorbire l’entità
ultima degli oggetti, e di ciò che ci circonda, e di distaccarsi da essi stessi, da quella notazione referente atta a definire, spesso in maniera sovrabbondante, la
propria natura. Questo principio è in linea con la letteratura che contraddistingue il mondo delle immagini di Angela Chiti, dunque della concezione teorica alla base
della sua fotografia, in grado di aprire sguardi su visioni che colgono dettagli del reale, estraniandoli dal proprio contesto e mostrandone una propria autonomia
estetica e contenutistica.
Un costante processo di analisi quello condotto dalla sperimentazione artistica di Angela che ha da sempre contraddistinto l’opera complessiva della sua fotografia,
e che ora con il ciclo “Sintesi” definisce la ricerca in modo ancora più netto, spogliando la comunicazione per arrivare a mostrare i meccanismi primi che
determinano il contenuto sapiente e istintivo della visione stessa.
Le sue fotografie costituiscono un invito a compiere percorsi audaci dello sguardo per osservare infine come al di là dei concetti si annidano parole, e oltre queste si
delineano segni, intesi come azioni compiute che aprono traiettorie tra luoghi e tempi, tra il ricordo e l’io presente, tra l’azione e la pausa, tra la stasi e il cammino,
dove il dettaglio si mostra spoglio e integro alla osservazione quasi molecolare del reale, al pari di ombre tremule (foto 22), di graffi della materia (foto 11), di sottili
capelli (foto 10), di linfe sotterranee (foto17) che alimentano quella vita nascosta che ora appare manifesta.
In questo modo la congiunzione delle parti, come tra terra e cielo, leggerezza e materia, appare affine a elementi antropomorfi (foto 21), ad attitudini dello spirito,
come la necessità istintiva di aver cura della terra intesa come fonte primigenia di crescita (foto 16, con sabbia e garze), nel momento in cui si osserva quel che
rimane di una realtà che si sta consumando (foto 15). Il processo di sintesi è ancora affine a una determinazione di forma che costantemente allude all’uomo
(come nella fotografia 25 ultima della serie) dove l’indefinizione della sua identità è accompagnata dalla percezione della sua presenza descritta dalla linearità dei
corpi e intuita dal loro respiro vitale, inteso come l’inizio costante di un nuovo compimento.

Sonia Zampini