Angela Chiti

photographer

In ascolto

Posted by in on 6 Mar, 2012 | 0 comments

Fermarsi ad ascoltare la potenzialità immensa del sentire. Riscoprire le ragioni di una estetica che si muove al di sotto della visione del reale. La fotografia di Angela Chiti segue questa traiettoria sensibile dello sguardo, depura costantemente le immagini dalla loro struttura apparente per mostrare una identità altra, celata dal suo stesso mostrarsi, che rivela la materia recondita del conoscere.

I soggetti delle opere sono allora dettagli, ombre, particolari di forme tratte da immagini che ci circondano con la loro esplicita visibilità. Sono minuti luoghi dell’osservare che rivelano ad uno sguardo attento l’amplificata interezza della loro circoscritta dimensione. Angela fotografa dunque particolari tratti dal reale che osserviamo ma che sfuggono alla vista. Per sentirne la presenza dobbiamo interrompere il flusso della visione e la logica dei mondi visivi nascosti si rivela. Occorre, allora, fermarci e restare in ascolto.

La memoria e la valenza degli incontri riemergono in questo sottile silenzio che parla di noi, poiché queste condizioni dell’essere sono in grado di attestare, nella definizione del loro apparire, la natura atemporale di cui sono costituite. Atemporale è l’immagine che dà inizio a questa ricerca, è la rappresentazione di geometrie cristalline pronte per essere ricomposte in una prossima condizione di unità, forme che assecondano un principio di caos originario, generatore di possibilità, condiviso da attitudini manifeste e da potenzialità espressive. Dimensione che riemerge da una memoria lontana, individuale per essere poi collettiva, di molteplici caotiche condizioni dell’essere e dell’esistere.
Questo fremito di vita successivamente costituirà un sistema organico di relazioni, di eventi, di storie che incidono traiettorie che compongono questo universo, questa condizione cosmica del sentire, che palpita secondo un’armonia che è interazione e legame tra le parti, come nell’opera dal titolo Spazi incisi.

Le fotografie di Angela osservano questo grande luogo emotivo, questa dimensione che raccoglie entità primigenie, e lo segue con il suo sguardo per andare oltre il suo stesso complesso ordine e superarlo, lo indaga e ne legge la struttura. Supera in profondità condizioni e possibilità, per arrivare ad ascoltarne i dettagli. In questo modo, da questo grande divenire che supera il concetto di tempo per essere principio di organizzazione, Angela ne osserva le componenti. Cenni e Accenni costituiscono due opere in cui sembra quasi di poter superare la cortina tra il reale e l’immateriale, l’evanescenza è ora il luogo degli accadimenti possibili. Ancora oltre, tornando alle singole componenti, alla roccia, nuda e scarna, e alla terra, nella potenzialità della sua natura generatrice, agli elementi che originano vita e dunque ricordi, come nelle fotografie Paesaggio nudo e Terre prime. Gli elementi primi sono ora osservati: il fuoco dell’Incendio, che arde e brucia maestosamente declamando vita nel distruggere, e l’acqua di Onda verso, di quell’onda che segue la direzione della corrente del mare, di quel verso che, quando lo incontriamo, ci assale e ci sospinge come una onda che scopre la sua marea.

Ancora in ascolto di tutto ciò che condensa il nostro esistere, come lontana origine di cui ne permane l’idea di vissuto e il suo successivo ricordo. In questa molteplicità pronta a definirsi costantemente come forma ritroviamo un principio di unità, che genera il prima e il dopo di ogni mutamento. Simmetriche le parti si compongono strutturando l’una la ragione dell’altra, in questo modo l’opera Principio di unità delinea quella composizione ideale che è tale perché nella sua origine ha conosciuto la frammentazione. In questa unità si mostrano le condizioni fisiche dell’essere, come in precedenza quelle emotive. Paese natio è la definizione di un luogo ipotetico che riconosce se stesso nell’allusione di sé, nella fragilità della propria definizione, tanto sentita quanto forte ne è il distacco. Lo sguardo si sposta ancora oltre, fino a quando la condizione terrena non potrà ospitare più passi, non potrà più offrire nuove distese da percorrere, perché i suoi limiti sono finiti, perché questa terra non risolve la forza del nostro cammino, allora il vuoto è una incognita, come nell’immagine Il ciglio estremo in cui si evoca quel soprassalto emotivo che nasce dal tragitto della stessa terra nel momento in cui è prossima alla vertigine.

Questa sensazione dell’oltre fisico, che abbiamo trovato nell’opera precedente, è ripresa anche nella valenza semantica del concetto di limite, inteso come una frontiera rispetto ad una terra che costituisce un vissuto, di cui ne percepiamo ora la distanza e siamo in grado di osservarne, al di là dei confini stessi che ci separano da essa, la morfologia di quel tempo, come di quella terra, che si pone al di là del nostro punto di vista. In Altrove perduto questa condizione è ben visibile, si intravede infatti, tra la cortina di buio che chiude la vista, il paesaggio che vi è dietro. Similmente in Senza titolo seguiamo lo scorrere sulla sommità della veduta di forme stilizzate che in fila ordinata, come reduci da una battaglia, si predispongono sul crinale che taglia in due l’immagine in un primo piano visibile e in un oltre nascosto, per proseguire il loro cammino, come nomadi pronti ad eleggere ogni nuova terra come propria.

Lo sguardo di Angela scava in profondità e va oltre, affinché nessuna condizione possa rimanere inascoltata, ricercando attraverso la memoria la valenza dei luoghi e degli incontri e dunque anche della città che accoglie tutto questo. Città verticale, nelle sue due immagini che la rappresentano, allude alla condizione ascensionale delle strutture che la compongono, come moderna preghiera gotica, la città sale e riflette nel suo comporsi la luce che delinea il trascolorare dell’entità del giorno, dunque dall’alba alla sua notte. In questo divenire, ben evidenziato dall’opera Clamore sincopato, si muovono ombre in folle, folle composte da individualità, individualità colte in attimo di breve anelito al silenzio, come un lungo respiro che si trattiene per poi poter essere ancora.

Tutto l’osservare riempie lo sguardo passato e ciò che esso ha narrato. Occorre richiudere di nuovo gli occhi e riascoltare le ragioni prossime, quelle a noi ancora più vicine. Si tende lo sguardo celato come a sentir meglio nel reclinare della testa. In ascolto, l’opera che costituisce la parte centrale dello scorrere delle fotografie, ritrae questa immagine e con essa la ragione che traina i silenzi e le parole.

Ragioni prossime, come sono prossimi gli uomini che raccontano attraverso la loro estetica la descrizione della loro natura. Essenziale, la linea che incide e tratteggia senza fermarsi la fisionomia di un volto, dove tutto torna alle sue componenti prime, spogliate da ogni eccedenza. Angst, l’affermazione di un esserci nella logica feroce della sua angoscia, che ne chiude la vista e ne blocca l’espressione in un urlo sordo. Allegoria o meglio una maschera primitiva su di un corpo che la sorregge, con la sua fluida dinamica, mentre innalza l’intera struttura espressiva del volto che lo anima; Parole mancate che serrano la bocca che mai più potrà proferirle. Inganno nella doppiezza del profilo che separa il volto e che pertanto non conosce unità, e mai potrà sostenerla o donarla; Fuggevole incontro, dove nel buio si intravede un volto che non identifichiamo ma che percepiamo come una potenziale affinità. In questo modo l’immagine buia è in grado di ospitare l’oro come il silenzio le parole che flebili emergono, perché anche se non dette ci sono, racchiuse in quello sguardo che presto si perderà di nuovo alla nostra vista.

Questa attitudine all’ascolto, attraverso le immagini, ritorna in sé per trovare nella propria interezza il completamento delle ragioni che i nostri occhi hanno trattenuto e osservato. Le immagini di Angela, dal titolo Interezza, si soffermano su questo principio di unità che è in noi e che ci permette di dialogare sia all’esterno con la natura e sia con la terra che ci accoglie e ci protegge, come a poter generare di nuovo noi stessi in quei luoghi in cui la stessa vita ha origine. Fino a quando la percezione di noi sarà ascolto dell’altro, concetto ben evidenziato nella fotografia Enigma dove le due figure si stagliano identiche l’una frontale all’altra, in quanto riconosciamo nell’altro una parte di noi fino a vederne, attraverso la coincidenza fisica, la logica di uno scorrere che da principio diventa costruzione.

La completezza dell’ascolto è nell’udire l’espressione delle immagini che narrano e il suono delle parole che descrivono. Labirinto di parole e Sillabe e suoni rendono tangibile la sonorità nascente delle parole che si compongono per creare profondità labirintiche di concetti e pensieri, per essere poi scrittura, muta polifonia corale per gli occhi che la scorrono e la interpretano.

La nostra interezza si apre agli altri, attraverso la dialettica della sua fisicità, Contatto delinea infatti sagome dove l’una costituisce reciprocamente con l’altra la sua nascita e la sua fine, senza pause, in un continuo divenire. Questo accade anche perché la definizione del nostro essere contempla come esistenti le ragioni che lo sorreggono anche quando diventano ai nostri occhi buie. Ragioni che custodiscono la potenzialità della visione che le accoglie in cui l’oscurità, come un attimo di sospensione, costituisce la logica di un vuoto che ha in sé il valore dell’attesa. Oscurità nera del buio che si manifesta dunque come parte viva perché esistente, l’immagine Nero Gioia ne è testimonianza.

Unità, seppur divisa in partizioni, ed equilibrio in cui il rosso vivere sorregge l’aureo trascendere del pensiero. Nelle opere Luce compatta e Oro e rosso si evidenzia questa armonia delle singole parti, che si compongono, si strutturano e danno origine ad una complessa visione di pura stabilità, così come accade, così come deve essere nelle strutture primarie che condensano condizioni di vita.

Rimane, infine, in ogni luogo del sentire la possibilità dell’ascolto della materia di cui è composta la totalità della visione. Perché viva è solo quella condizione che riconosce la presenza della ferita come un distacco che vivifica, perché mostra senza reticenza la materia languida di cui è composta. In questo modo riconosciamo questa lieve malinconica attestazione del vivere nelle sottili vene che solcano la materia di tutto ciò che si manifesta ai nostri occhi, come un cuore che palpita e rinnova le ragioni di quella stessa consolante ferita che ci ferma e ci fa ascoltare l’immenso corpo del mondo che vive.

Sonia Zampini